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28 Set

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Dall’estero le nuove voci dei giovani italiani emigrati

7 Feb

Dall’estero le nuove voci dei giovani italiani emigrati

Pubblicato su: http://www.agenziaaise.it

ROMA\ aise\ – Riunire giovani italiani emigrati all’estero e dare loro voce in radio. Questa è l’idea nata da Stefano Diana e Luca Ceolin, rispettivamente: cuoco-DJ residente a Stoccolma, il primo; direttore artistico nonché fondatore di “The Great Complotto Radio” (www.thegreatcomplottoradio.com), il secondo.

“Sono almeno 50mila gli italiani che lasciano il Belpaese ogni anno, per lo più giovani, per lo più laureati: – informano gli autori del progetto radio – siamo il secondo Paese in Europa per numero di emigrati dietro la Romania. I giovani che decidono di lasciare l’Italia faticano a trovare lavoro in patria, a causa di un sistema politico ed economico per cui il lavoro non c’è, o è precario, o è malpagato, e a causa di determinate logiche culturali, secondo le quali se sei giovane, non sei all’altezza, inquadrato come un immaturo con scarse competenze. Ecco che allora molti decidono di partire, destinazioni diverse, spesso alla cieca, ma con una volontà di ferro, che consente loro di trovare lavoro e ben inserirsi in terre più o meno lontane”.

Tra loro ci sono gli ideatori del nuovo progetto radio: Stefano (cuoco a Stoccolma), Vincenzo, pittore emergente a Londra, Francesca, cantante della band indie The Cellophane Flowers a Londra, Cristina, pianista professionista a Madrid, Floriana, laureata con lode a Dublino, Lara, fotografa a Parigi.

Non mancheranno collaborazioni dal Canada, Australia, India e Brasile, ed infine, trattandosi di una web-radio, che trasmette in tutto il mondo, è previsto anche un programma in inglese, condotta da Simon, di Liverpool.

Alcuni dei protagonisti del nuovo progetto radio sono pordenonesi, come gli altri DJ della radio, Enrico, Rocco, Andrea, DJ E. Sist, Acidguys, tutti nati a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, periodo in cui a Pordenone si sviluppa il movimento punk “The Great Complotto”, di cui la radio non a caso prende il nome.

La nuova programmazione va in onda dal 4 febbraio dal lunedì al venerdì tra le 15 e le 17, in replica il sabato e la domenica dalle 12 alle 18. (aise)

SIAE

18 Mag

Chissà cosa penserebbero Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Edmondo De Amicis ed i tanti altri illustri esponenti della cultura italiana che tennero a battesimo la – un tempo gloriosa – Società italiana autori ed editori nel leggere il testo del nuovo statuto, messo a punto dal Commissario straordinario Gianluigi Rondi e dai due sub-commissari Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino.

Probabilmente inorridirebbero nel prendere atto che coloro ai quali è stato affidato il compito – obiettivamente difficile – di provare a risollevare le sorti di una società nel pieno di una deflagrantecrisi finanziaria e di un’istituzione della cultura italiana che ha, ormai, perduto prestigio e rispetto, non hanno potuto, voluto o saputo far di meglio che consegnarne il governo – e quindi il futuro – nelle mani dei più ricchi e, dunque, non necessariamente dei più bravi, dei più meritevoli e di quanti – più degli altri – contribuiscono allo sviluppo del patrimonio culturale ed artistico del Paese.

Il testo dello Statuto della “nuova Siae” – maledettamente simile alla precedente – appena licenziato, attribuisce, infatti, agli associati in favore dei quali vengono ripartiti maggiori introiti il potere – pressoché assoluto – di controllo dell’Ente.

Ecco quanto prevede il comma 2 dell’art. 11 del nuovo Statuto Siae: “Ogni associato ha diritto ad esprimere nelle deliberazioni assembleari almeno un voto e poi un voto per ogni euro (eventualmente arrotondato per difetto) di diritti d’autore percepiti nella predetta qualità di associato, a seguito di erogazioni della società nel corso dell’esercizio precedente”.

La previsione ha, almeno, il pregio della chiarezza e della non ambiguità.

La gestione dei diritti d’autore nel nostro Paese, da parte del soggetto cui lo Stato la affida, in regime di monopolio, è governata dai più ricchi ovvero da quanti – per effetto di criteri di riparto assai poco scientifici e, comunque, da loro stessi stabiliti – percepiscono, ogni anno, più soldi.

Tanto per comprendere la portata aberrante della norma che disciplina il governo della nuova Siae, la volontà di ottantamila associati potrà essere posta nel nulla e superata da quella di un pugno di associati che abbiano guadagnato, alla fine dell’anno, qualche centinaio di migliaia di euro di diritti d’autore. [n.d.r. scrivo un “pugno di associati” e non un solo associato perché probabilmente perpudore, lo statuto prevede che “in nessun caso ciascun associato può esprimere voti in misura superiore al trentesimo dei voti esprimibili in ciascuna singola votazione].

Si tratta di una regola probabilmente accettabile in una società per azioni che non persegua altra finalità ed obiettivo che non la massimizzazione degli utili e che, soprattutto, proceda poi alladistribuzione degli utili in maniera trasparente e proporzianale al numero di azioni che ciascun socio detiene ma inaccettabile nell’ambito di un ente cui lo Stato affida – per di più in regime di monopolio – compiti e finalità tanto importanti e centrali per lo sviluppo della cultura ne nostro Paese nonché la tutela dei diritti e degli interessi di tutti i soggetti della filiera e non solo dei più ricchi tra loro.

E’ un fatto grave e che conferma l’esigenza di rompere – una volta per tutte – il monopolio della Siae nell’intermediazione dei diritti nel nostro Paese.

A quel punto, la Siae, sarà libera di continuare a difendere in via preferenziale l’interesse dei grandi centri di interesse economico lungo la filiera della produzione e distribuzione dei prodotti culturali ed artistici ma ogni autore, artista, piccolo editore potrà, scegliere di rivolgersi ad una società della quale potrà sentirsi più padrone e che potrà sentire più sua.

La gestione dei diritti d’autore non è un affare solo per ricchi e, prima ancora, non è solo una questione di soldi ma, soprattutto di cultura.

Tocca ora al Ministero dei beni e delle attività culturali ed a Palazzo Chigi – cui la legge demanda il controllo dell’attività dell’ente – far presente a Siae che il nuovo statuto così, non va e che andrà cambiato per riconoscere anche a i più ricchi di arte e cultura – ma più poveri in termini economici – la rappresentatività che meritano.

Se il Governo dei Professori non muoverà un dito in questo senso, sapremo – come peraltro è già almeno lecito sospettare – che nella visione di questo Esecutivo, tutta la vita del Paese è riconducibile ad una formula matematica e che l’unica prospettiva nella quale interpreta il proprio ruolo è quella di far quadrare i conti

Class Action contro la Siae

7 Mag

«Siae: si scrive Società degli Autori e degli Editori, si legge Sistema di Difesa di Privilegi Consolidati». Ha le idee chiare, chiarissime, Umberto Palazzo, quarantottenne cantante e chitarrista pescarese, membro fondatore dei Massimo Volume e anima del progetto Il Santo Niente, una delle band più influenti dell’alternative rock nostrano. Da un po’ di tempo a questa parte, Palazzo ha deciso di intraprendere una carriera parallela, quella di difensore dei diritti perduti dei musicisti italiani. Una battaglia nata e proseguita su Facebook, dove la sua pagina personale è diventata ormai una sorta di agorà in cui si dibatte sulle sorti della musica nello Stivale.

Tutto ha avuto inizio lo scorso 13 febbraio, quando Palazzo ha avanzato la proposta di una class action contro la Siae, società che in Italia detiene il monopolio della gestione dei diritti d’autore per i musicisti. In una nota sul social network, Palazzo denunciava la presenza in seno alla società di «un meccanismo chiaramente iniquo, che costituisce un arricchimento senza causa dei soci maggiori e dei loro editori, costituiti da gruppi economici potentissimi». Secondo Palazzo, la stragrande maggioranza dei musicisti iscritti alla Siae non percepisce pressoché nulla per le canzoni che suona durante i live. I soldi che, almeno in teoria, spetterebbero al gruppo finiscono nelle tasche dei musicisti più affermati e conosciuti. E questo impoverirebbe ulteriormente i già esigui cachet delle band “minori” italiane. Palazzo ha toccato con mano questa situazione nel 2011: nonostante un gran numero di live in giro per la penisola per promuovere l’uscita del suo ultimo disco e malgrado la pubblicazione di una compilation-tributo alla carriera del Santo Niente, «l’anno scorso ho pagato 180 euro di iscrizione alla Siae e, tra diritti di concerti e dischi venduti, ne ho incassati all’incirca 350 totali».

Palazzo racconta  la sua esperienza diretta. «Nell’ultima settimana ho suonato a Milano, Bologna, Fiorenzuola, Carpi. Quattro live in piccoli locali, con un pubblico tra le 80 e le 100 persone. In eventi di queste dimensioni, che la Siae definisce “concertini” (e che rispondono a determinati requisiti tecnico-logistici), il gestore del locale deve versare una quota agli autori dei brani eseguiti live durante la serata. Tocca a chi suona dichiarare quali sono i brani eseguiti in un documento apposito, il borderò, in modo che gli autori dei brani ricevano i compensi che gli spettano per l’esecuzione delle loro opere. «Il problema è che questi fogli non vengono quasi mai analizzati», accusa Palazzo. «Nel 75% dei casi i borderò vengono pagati con un sistema “a campionamento”: ogni anno, gli suoi ispettori Siae partecipano a 500 serate in cui prendono nota dei pezzi più suonati, quindi quelli più famosi, quelli che il funzionario conosce. Solo per quei brani la Siae versa effettivamente i diritti, a tutti gli altri invece non viene in tasca nulla».

Con queste premesse, sostiene Palazzo, i compositori minori non vedrebbero mai i frutti della propria arte, dal momento che i “concertini” rappresentano il palcoscenico standard per tutte le band non famose. «Quello vigente è, in generale, un meccanismo che penalizza tantissimo gli artisti che suonano le proprie canzoni. I profitti vanno sempre agli stessi, i cosiddetti “big”. La Siae non legge nemmeno più la maggior parte dei borderò, è il caso a decidere di quali serate vengono pagati i diritti. Questo deve cambiare: suonare dal vivo per fare arricchire ancora di più Zucchero, Ligabue and company è un’ingiustizia che ci tocca tutti personalmente e che ritengo non essere più tollerabile».

Ad essere pesantemente colpiti sono dunque i piccoli artisti, vittime di un circolo vizioso. Prendiamo l’esempio più semplice, quello di un cantautore che suona i suoi brani. Il locale sottrae una cifra attorno ai 70 euro dal suo cachet per pagare i diritti della serata alla Siae: fino a qui tutto normale. Il problema è che questi soldi, anziché rientrare nelle tasche dell’artista-autore, denuncia Palazzo, finiscono in una sorta di «calderone» i cui proventi vengono spartiti tra i «soliti noti». La situazione che si crea «è paradossale: l’autore coincide col musicista che è sul palco, ma, grazie al meccanismo a campionamento, quei soldi che già svaniscono dal suo cachet non vanno a lui, ma in parte alla stessa Siae, in parte agli autori dei grandi successi più suonati dal vivo in Italia. In breve: tu componi e suoni dal vivo ciò che hai composto, Vasco Rossi incassa».

Le conseguenze economiche di questa situazione non fanno altro che affossare ancora di più i bilanci degli artisti, togliendo ulteriore ossigeno alla già difficile situazione della musica italiana. Per Palazzo è, soprattutto, un’occasione persa: «Se un autore facesse in un anno 50 concertini e da ognuno di essi ricevesse anche solo 30 euro di diritti d’autore o d’incremento di cachet, a fine anno si ritroverebbe 1500 euro in più in tasca.  Moltiplicate questa somma per tutti i concertini non di cover che si fanno in Italia e avrete un’idea del mare di soldi che viene sottratto alla creatività seria e onesta e, più in generale, alla musica e alla cultura».

Di qui l’idea di avviare una class action «per chiedere alla società di cambiare le regole e per sensibilizzare l’opinione pubblica a riguardo», spiega il frontman del Santo Niente. Grazie al passaparola su Facebook – dove è stata aperta anche una pagina di sostegno all’iniziativa – e all’interessamento di numerosi blog e testate, l’iniziativa ha raccolto molte adesioni. Diversi artisti si sono schierati al fianco di Palazzo, tra di loro anche componenti dei Marta sui Tubi e degli Zen Circus. L’eco della class action ha raggiunto infine gli uffici di Via della Letteratura a Roma, sede della Siae. Che il 15 marzo ha risposto sul proprio sito con un lungo comunicato intitolato “Siae: legittimi i criteri di ripartizione e rilevazione della musica” (leggi testo integrale).

La società non ha smentito i metodi di analisi dei borderò contestati da Palazzo: «Sotto il profilo tecnico-statistico i campioni in questione sono costituiti da registrazioni dirette delle esecuzioni sul territorio nazionale e da programmi musicali compilati dagli stessi esecutori, estratti in base ad algoritmi di scelta casuale», si legge nel comunicato. La società però non ritiene che questi metodi penalizzino gli autori: «Nel caso dei concertini, per la quale la tecnologia di riconoscimento informatico non è utilizzabile, vengono adottate metodologie di identificazione interamente “manuali” e tuttavia accuratissime che, utilizzando tutte le fonti disponibili (database interni, esterni, documenti sonori, partiture, ecc.) consentono di identificare, mediamente il 97% dei brani rilevati». L’istituzione spiega che simili sistemi di ripartizione “a campione” sono adottati da tutte le Società di Autori del mondo «e non costituiscono certo una invenzione o prerogativa della sola Siae».

Palazzo ha controreplicato al comunicato della Società. «Quello che è sempre mancato, sta mancando e probabilmente continuerà a mancare sempre, da parte della Siae, è la trasparenza. Non è possibile consultare nessun dato sul numero complessivo dei borderò, sugli incassi, sul luogo e le modalità di rilevamento e soprattutto sui beneficiari dei campionamenti. Basterebbe che ci dicessero a chi vanno effetivamente quei soldi, se sono così sicuri dei loro metodi di rilevazione. Rendete pubblici i dati, lasciateceli analizzare. Ma soprattutto verificate i nostri borderò, quelli con le canzoni che suoniamo, non quelli presi a campione».

Per il musicista, poi, la Siae sottovaluta l’incidenza dei concertini. «A leggere il comunicato, sembra che i concertini siano la minima parte degli eventi musicali in Italia, praticamente solo le esibizioni di piano bar. La realtà è un’altra: i cosiddetti “concertini” sono la maggioranza assoluta, perché è in quella categoria che rientrano tutti gli eventi minori che si svolgono nei bar, nei club, nei centri culturali. Secondo i dati di cui dispongo i concertini sono 28mila l’anno, i cinque sesti della produzione live dal Paese. In pratica, sono la vera ossatura artistica della musica italiana». Per questo Palazzo è intenzionato ad andare avanti con la protesta: «Non ho la pretesa di abbattere la Siae e ricostruirla da zero, mi piacerebbe solo ci fossero un po’ più di chiarezza e metodi più equi. Più della class action in sé, conta che se ne parli. Per questo non ho fretta… continuerò questa battaglia fino in fondo, anche se ci dovessero volere anni».

Live Bands in Italy

6 Mag

Trasformo una serie di post molto commentati in una nota.

La discussione era iniziata così:

“Un’esercizio di percezione della realtà: chi sa indicare le circa 30 band alternative italiane che possono effettivamente pretendere più di 1000 euro di cachet perché creano effettivamente un’economia che giustifichi il cachet?”

Ovviamente pochissimi hanno saputo dare risposte realistiche.

Poi ho precisato che:

Un gruppo che viene pagato 1000 euro fa vendere 200 biglietti a 8/10 euro (l’organizzatore guadagna 300 euro).

Lo studio è empirico, ma non più di tanto (ho organizzato concerti per dieci anni e faccio concerti da trenta)

Dopo aver analizzato tutti i gruppi possibili ho fornito la soluzione al quiz, cioè il borsino dei concerti che definiremo alternativi, non per il genere, ma per il circuito da cui provengono. Non sto svelando alcun segreto: le tariffe vi vengono comunicate dalle agenzie se le chiedete e fra organizzatori c’è ovviamente una fitta rete di scambi d’informazioni per sapere come vanno davvero i concerti. Per altro per sapere com’è andato davvero un concerto basta e avanza Facebook.

Ho individuato due fasce:

PRIMA FASCIA

artisti o band che fanno più di 500 persone a 10 euro (in teoria e se tutto va bene)

Band oltre le dimensioni del club medio che ha una capienza di 200/500 persone, quindi orientate ai palazzetti

Cachet: 3.500/15.000

Afterhours

MCR

Marlene Kuntz

Sud Sound System

Morgan

Verdena

Il teatro degli Orrori

Lacuna Coil

Baustelle

99posse

Subsonica

Roy Paci

Blue Beaters

Bandabardò

Africa Unite

Linea 77

Meganoidi

Tiro Mancino

Ferretti

Negrita

Max Gazzè

Daniele Silvestri

Cisco

Apres La Classe

SECONDA FASCIA

da 200 a 500a 7/10 euro (in media, in teoria)

cachet da 1000 a 3500 euro:

Shandon

Cristina Donà

Le Luci della Centrale Elettrica

Dente

Zen Circus

Tre Allegri Ragazzi Morti

Brunori SAS

Bugo

…a toys orchestra

I Cani

Ministri

Marta sui Tubi

Paolo Benvegnù

Massimo Volume,

Giardini di Mirò

Giorgio Canali e Rossofuoco

Perturbazione

One Dimensional Man

Almamegretta

Casino Royale

24 Grana

Calibro 35

Punkreas

Offlaga Disco Pax

Zu

Banda Bassotti

Bud Spencer Blues Explosion

Pan del Diavolo

Sick Tamburo

Lombroso

Mi sono senz’altro dimenticato qualcosa (da 3 a 5 nomi), ma più o meno questo è quello che funziona in Italia. Praticamente non c’è altro.

Ho escluso generi di cui so poco, come metal, ska, rap, hardcore e rockabilly. In questi settori ci sono situazioni prospere perché hanno un loro circuito di fan dedicati solo a quel genere, che, come nel caso di ska e rockabilly, a volte coincide col ricco mercato delle tribute band.

L’osservazione è che i gruppi della prima fascia sono quelli che hanno avuti molti passaggi su MTV e Concertone ripetuti negli anni. Quindi è una fascia prettamente televisiva.

La seconda fascia è costituita da gruppi sui quali c’è stata una covergenza della critica su carta stampata, ma anche con qualche rilevante passaggio su MTV e altro.

Al di sotto di ciò c’è un mare magnum di band che lottano per pochi ingaggi annuali a rimborso spese (per una band con backline una data secca a 500 euro lontano dalla città di residenza è a rimborso. A meno ci si  va sotto, se non se ne attaccano diverse).

 

by Umberto Palazzo

Dadub !

12 Set

Dadub is a meeting of two minds, Daniele Antezza and Giovanni Conti, a duo whose output is underpinned by a mutual curiosity. The result? Startling electronic music productions, one of the best live acts in the scene and the innovative Artefacts Mastering studio.
The collaboration started not in their native Italy, but in Berlin. Daniele arrived in Berlin with the kernel of Dadub, a project he'd begun in 2008 with a release on the label A Quite Bump. Daniele came via Rome where he'd plunged himself into production, studying sound design under Enrico Cosimi. Giovanni had been drawn to Berlin to work on interactive digital arts projects, honing his knowledge of hardware and software. Once they met it was only a matter of time before Dadub became a two-man project.
Twinned by a fascination of process, and a love of Lee Scratch Perry's mix board experiments, they take dub and push it into the deepest corners of techno and out to the ambient fringes. Frustrated by identikit sounds in electronic music they set about pouring their technical knowledge together in search of innovation.
They describe their approach in the studio as 'like making scent'. Dadub take sound and process it to extract depth and expose human warmth. With this studio outlook it was natural for Dadub to move into mastering. They delved in and Artefacts Mastering emerged: mastering that involves no presets and a policy of adjusting every track entirely from scratch. It's exactly this type of discipline, their use of open strategies instead of formulas that also makes Dadub so dynamic live. Live they layer dubbing and synthesis, they take Dadub material and deconstruct or reconstruct it spontaneously. Their sets are seriously deep and have been showcased internationally at Barcelona's Sonar festival, Germany's Melt! festival and in clubs from Berlin to Moscow.

LISTEN

ReggaeRevolution.it intervista WDD

6 Mag

Sono anni che in Italia la cultura del sound system, del roots and culture, della passione per le basse frequenze, l'amore per il Dub ha portato allo sviluppo di una scena composta da musicisti, producers, cantanti, soundmen che, parallelamente alle session live, si sono interessati alla produzione e alla promozione del roots e del dub nelle suo forma più classica ed alta ovvero quella stampata sul supporto vinilico.

In questo percorso, cerchermo di capire chi c'è dietro ogni vinile sfornato in Italia o comunque da menti e mani italiane, quali sono le loro tecniche, i loro pensieri, i loro progetti futuri.
Buona lettura.

Greetings Wicked Dub Division!

– Potreste introdurre i componenti della label ?

La formazione dei Wicked Dub Division è così composta: GP Ennas (batteria), Claudio Re aka Wicked King (basso), Luca Battiston aka Tony I- Stone (tastiere e programming), Marcush Asher (voce).

– Che genere producete e promuovete prevalentemente ?

Reggae – Dub

– Come nasce ogni volta l'idea per una nuova tune ?

La nascita di una nuova tune non ha una regola ben precisa, può partire da un’idea di una linea di basso o da un accordo di tastiera, piuttosto che da un riddim di batteria.
Cosa curiosa, è capitato che in un momento di ispirazione,uno dei componenti si registrasse sul cellulare un cantato per poi svilupparlo in studio.

– Avete uno studio dove lavorate di solito per le vostre produzioni o ogni produzione ha avuto un processo diverso di creazione ?

Il nuovo album ” WaDaDa” uscito proprio in questi giorni, è stato prodotto in ben quattro studio diversi. La parte strumentale è stata arrangiata al “WDD studio” di Pordenone, i testi con la voce di Marcush Asher sono stati registrati allo “Zilpa Studio” di Lido di Venezia il tutto assemblato al “Rainbow Studio” di Portogruaro (VE) di Tony I-Stone per essere infine mixato al “Moa Anbessa Studio” di Venezia, da Buriman e WDD.

– Il mixaggio e la produzione delle vostre tune avviene "all in the box" o usate anche strumenti ed effetti esterni ?

Per le produzioni ci avaliamo sia di plugin che di strumentazione analogica. Abbiamo registrato dei riddim di batteria in studio, così come basso e tastiere, mentre molte volte per comodità, siamo ricorsi alla tecnologia con plugin. Questo vale anche per la fase finale di missaggio in cui abbiamo raggiunto il giusto compromesso tra effetti esterni (line 6 delay, Korg DL8000R…) e plugin.

– Qual'è il messaggio che intendete esprimere e diffondere tramite la vostra musica ?

I testi, viste le collaborazioni in passato con Rasta singer, ed al momento con l’entrata ufficiale nel progetto di Marcush Asher, sono espressioni della consciousness e livity Rasta. C’è però anche l’esempio di un testo che fa riferimento alla complicata situazione politica nazionale del momento.

– Ci fate un elenco delle vostre produzioni in vinile e dove sono reperibili ?

“Kingsmarch – BangShaka” – 10”
Culture Freeman – Singer Blue

“Recreation – Culture” – 10”
King Shasa

“Jah Fire Man – Temple Vibes” – 10”
Marcus Asher – King Shasa

Siamo distribuiti dai principali stores del settore come Dub Vendor, RastaVibes e dall’indipendente italiana “lafantomaticaetichetta.org” dove potete trovare anche il nuovo album in Cd “WaDaDa” .

– Con chi avete condiviso la control tower nel corso della vostra esperienza di selecta/singer/dubmaster ?

La control tower è stata condivisa negli anni con artisti quali:
Jah Shaka, Aba Shanti, Brother Culture.

– I vostri progetti futuri ?

In occasione dell’uscita dell’ album “WaDaDa” feat. Marcush Asher preceduta dal nuovo 10” “Jah Fire Man”, il progetto WDD è impegnato ora alla presentazione come Live band al “WaDaDa Tour” che vede i WDD già confermati in palchi nazionali ed oltre confine nei prossimi mesi. I WDD continueranno comunque portando in giro il loro messaggio anche appoggiandosi al nostro Sound System.

– Dateci un vostro parere riguardo la scena italiana ed europea roots e dub .

Un enorme contributo per la diffusione della scena Reggae-Dub italiana, lo si può attribuire alla Italian Dub Community che è stata determinante in questi ultimi anni.
Per quel che riguarda la scena Dub estera, troviamo situazioni interessanti e nuovi talenti un po’ ovunque. C’è da dire che la scena è fortunatamente in costante evoluzione !

“Thanks to Jah that make all the things possible”

Preascolto dell’ album WaDaDa 2011
http://www.talawa.fr/media/wadada-w8wAH
www.myspace.com/wickeddubdivision

Give thanks for your time and your words.
Jah Guidance
MrDill Lion Warriah(M.Vinciguerra)